Canto di un pastore errante sul Monte Mancuso


Il suono della zampogna di Christian fa vibrare corde profonde dentro di me. Mi capita sempre dinanzi a questo sognante strumento della nostra tradizione. Nel bosco di pini, castagni ed ontani, si sgrana la carovana di uomini, donne e bambini. Davanti le capre, col pastore. Attraversano radure lucenti di sole. Masticano erba e foglie, le capre. Gli altri fanno incetta di fragole succose. Il pastore è il pifferaio magico di Hamelin, la fiaba raccolta dai fratelli Grimm. E noi siamo i bambini irretiti dal suono del flauto e portati via, in un mondo lontano. Poiché così è per noi cittadini venuti in montagna a vivere, per un giorno, una vita che non ci appartiene. Perché siamo abituati a guardare le montagne solo come luoghi di divertimento per cittadini. E invece le montagne sono “abitazioni”, contesti dell’essere dell’uomo, come direbbe Heidegger. Dunque, questa vita è reale. E tanto poetica, come intuì Leopardi. “Che fa tu, luna in ciel? Dimmi, che fai, / Silenziosa luna? / Sorgi la sera, e vai, / Contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei paga / Di riandare i sempiterni calli? / Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga / Di mirar queste valli? / Somiglia alla tua vita / La vita del pastore. /Sorge in sul primo albore / Move la greggia oltre pel campo, e vede / Greggi, fontane ed erbe; / Poi stanco si riposa in su la sera: / Altro mai non ispera.” Noi non ci chiederemo oggi “E’ funesto a chi nasce il dì natale”, come fa Leopardi. Staremo qui, lieti, invece, nell’ombra del bosco, poche ore, ad illuderci di vivere una vita dimenticata ma non ancora perduta.
Nelle immagini: momenti del cammino da Campo Bombarda a Pietra del Corvo (Monte Mancuso) nell’ambito del Festival delle Erranze e della Filoxenia.

Francesco Bevilacqua

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